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Tradizioni
Dal diario del Parroco Don Giacomo Faita ecco il calendario della Settimana Santa nell’anno 1929
Frammenti di passato
La “éla”
La stalla era il luogo di ritrovo (raduno) dei contadini durante l’inverno.
Alla sera, subito dopo cena, la famiglia si trasferiva nella stalla, che era il luogo più caldo ed era di solito accanto alla cucina. Nelle stalle più grandi si radunavano anche i vicini e alcune volte si raggiungeva un bel numero di persone: ci si sedeva su una panca, su una balla di paglia oppure sul “patöss”. Un lumino a cucchiaio, con il semplice stoppino immerso nell’olio di colza o una candela o la “löm” (lucerna) a petrolio, abbassata al minimo, permettevano di avere un po’ di luce alle donne che lavoravano. Gli altri si accontentavano del riverbero: per parlare bastava. La luce elettrica a Bossico è arrivata solamente nel 1926 e non si sono allacciati subito tutti. Anzi c’è voluto parecchio tempo. Le bambine “sgarzavano”, allargavano i fiocchi compatti di lana di pecora che le nonne filavano con la roca e il fuso; le spose facevano la maglia, calzettoni, maglie e maglioni, l’uncinetto, ricavavano gomitoli dalle matasse aiutandosi con qualche bambino costretto a rimanere immobile come una statuina, con la matassa infilata fra le braccia.
Prima si recitava il rosario. Finite le preghiere si poteva parlare: di lavoro, di animali, della salute. Si scambiavano le notizie del paese. Gli uomini giocavano o discorrevano delle loro occupazioni campestri e delle scarse novità del paese. Le donne invece preferivano fare pettegolezzi.
Si raccontavano storie di emigranti e storie di soldati soprattutto nei periodi di guerra.
Spesso si raccontavano “ storie di paura”, storie di fantasmi, di miracoli, di avventura, colorandole ben bene; i più piccoli ascoltavano rapiti, a occhi sgranati, spesso impauriti specie se si accennava alla presenza del diavolo.
Erano gli uomini gli affabulatori più coinvolgenti… Costoro, mediante un uso sapiente della voce e intercalando a tormentone una serie di “i dis ” (si dice), creavano atmosfere di paura. Morti che ritornavano tra i vivi e anime maledette erano gli ingredienti fissi dell’horror nostrano.
La storia che godeva la maggior popolarità tra i frequentatori delle stalle era la leggenda della “Cassa mórta” . La “caccia morta” era una muta di cani mostruosi, dagli occhi di fuoco che vagava per le campagne o per le pinete seguita da fantasmi di alcuni cacciatori (le anime di coloro che trascuravano la Messa per andare a caccia). Altrove i cani erano guidati da una donna che lasciava in omaggio brandelli di carne o ossa umane a chi le chiedeva parte della selvaggina catturata.
Di solito, “nel momento culminante del finale travolgente” il narratore veniva interrotto da uno scherzo, per es. da uno strillo di qualche ragazza a cui veniva strappato improvvisamente lo sgabello da sotto il fondo schiena. Cascava, per sua sfortuna nel morbido…
I racconti mozzafiato, ma al contempo affascinanti, parlavano di morti.
Intercalare continuo da parte dei presenti di “…e alura?” “…e alura?” “… e dopo?”…
Un sospiro di sollievo per tutti avveniva quando il narratore ripeteva la famosa frase: “I à facc pastì pastù e l’n’è restàt pö gne ü bucù” (hanno fatto pastino pastone e non ne è rimasto neanche un boccone…) Tali rielaborazioni di vicende appartenevano ad un immaginario collettivo di cui era difficile delimitare i confini temporali e spaziali. Quelle narrazioni aiutavano a forgiare il carattere delle persone, che di conseguenza sarebbero riuscite meglio a superare le difficoltà della vita.
“La finzione leggendaria – fa notare lo scrittore Luigi Volpi – ha soprattutto esaltato quelle speciali qualità personali che il popolo ammira e glorifica, come il coraggio, la furberia, la generosità, il senso di giustizia inteso come difesa del povero e del perseguitato contro il ricco avido ed egoista.”
Delle storie del passato, meglio, del mondo patriarcale che le ha espresse non è rimasto proprio neanche un boccone… Le storie per fortuna sopravvivono nei libri e nel materiale accumulato dai ricercatori.
Ogni tanto durante la veglia qualcuno intonava una canzone e gli altri si univano in coro: i ragazzi e le ragazze si scambiavano occhiate alle parole complici d’amore.
Non mancavano gli scherzi, che sfruttavano la particolare atmosfera che si veniva a creare fra il buio e l’aleggiare di morti, fantasmi e folletti. Dal buco del fienile per esempio si faceva penzolare qualcosa, creando un clima di misteriosità; qualcuno finiva per terra o peggio nel “rodèt” perché gli si sfilava improvvisamente lo sgabello. Durante il periodo di carnevale irrompevano nella stalla i giovani mascherati, specie là dove vi erano ragazze da marito. Era così un’occasione per i giovanotti per stare un po’ vicino alle ragazze, sorvegliate a vista. Ciò avveniva soprattutto se tra i giovanotti c’era qualche “pretendente”. Alle ragazze non era permesso di girare col “moroso” nemmeno per le feste più importanti. Durante la settimana il fidanzato era accolto in casa solo il giovedì sera e solitamente l’incontro “tra i due” avveniva durante la “éla” nella stalla.
La veglia di solito si concludeva con qualche buona orazione, una delle quali era la seguente:
O Signor, ò a lecc
hò mia higür de leà,
tri grassie va òi domandà:
Confessiù, comuniù e öle hant.
Padre Figliolo e Spirito Hant.
Sia lodat e ringrasiat
Ol Hignur e la Madona benedetta,
ki i ma dacc ö bu dé,
e i ma dune la grassia
de fa öna buna nocc
e sta fò de töcc i noh pécacc |
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O Signore, vado a letto,
non sono sicuro di alzarmi,
tre grazie vi voglio domandare:
Confessione, comunione e olio
santo
Padre Figliolo e Spirito Santo.
Sia lodato e ringraziato
il Signore e la Madonna benedetta,
che mi hanno dato un buon giorno,
e mi donino la grazia
di fare una buona notte
e star fuori da tutti i nostri peccati. |
Ed infine “…UNA BUONA NOTTE” chiudeva la veglia!
(Anna Maria Campagnoni)
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